20 Agosto 2014

Fino alle fototessere tutto bene

Avendo, me medesimo, smarrito la patente di guida, mi reco alla macchinetta automatica per eseguire la fototessera. Dopodiché mi avvio al commissariato di polizia per denunciare lo smarrimento ed ottenere (previo pagamento, s’intende, non è che qualcuno debba farmi un gesto di carità) un permesso di guida provvisorio. Al citofono un signore mi consiglia di venire di mattina, al che gli rispondo che la mattina lavoro, chiedendo quando sarebbe possibile passare il pomeriggio. Dopo qualche secondo di silenzio, in cui il mio interlocutore resta chiaramente interdetto ed imbarazzato dall’assurdità della mia richiesta, mi risponde che non saprebbe, ma lui mi consiglia di provare sempre di mattina. “Provare”. Come a dire che già è tanto che ci sono la mattina, domani. Domandandomi come mi sia venuto d’andare alla polizia, m’incammino in direzione dell’arma dei carabinieri, dove almeno, sulla fiducia, mi aprono il cancello, ed entro. Chiedo di denunciare lo smarrimento della patente, ed un signore in divisa seduto avanti uno schermo mi risponde, senza però perdere di vista il display, che dovrei passare la mattina, e che dovrei mettermi dietro lo sportello (come se ci fosse una fila). Gli dico che lavoro, domattina, e gli chiedo se sia possibile prendere un appuntamento. Allora, per mandarmi via, mi dice che va bene. Posso passare domani pomeriggio, ma non oggi, aggiunge scocciato, perché ora stanno pulendo (e quindi i carabinieri, penso io, sono tutti impegnati in attività molto urgenti tipo alzare i piedi mentre passa la scopa e sollevare le tastiere quando passa la pezza), per poi salutarmi in dialetto con uno “statt bbuon!”. Nonostante siamo evidentemente diventati amici mentre non ero attento, rispondo cortesemente, evitando di ricambiare le confidenze. Poi arriva la signora delle pulizie, che mi dice che dietro lo sportello ci aveva già pulito e le mie scarpe sono bagnate, quindi mi chiede di spostarmi, facendomi segno di andare verso dentro, allora le faccio segno di dover uscire (verso fuori). Lei, rassegnata, si toglie dal mio cammino, anche se non senza seguirmi con uno sguardo di rimprovero. Mentre rientro, scelgo di passare per il corso, così almeno potrò dire di aver fatto una passeggiata, distraendomi dal fatto che molto plausibilmente né poliziotti né carabinieri potrebbero mai sospettare che ci siano persone che, durante il giorno, - così, pure per distrarsi - lavorano. Inutile dire che si scatena il diluvio e mentre scrivo sono sotto un balcone, io e ste cazzo di fototessere.

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7 Agosto 2014

La proprietà dei problemi

Mi sono sempre chiesto di chi siano i problemi. Uno potrebbe facilmente dire che le cose sono di chi ce l’ha, eppure se guidate la macchina di vostra madre non è che poi diventi vostra, così come se mia nonna ha l’Alzheimer non è un problema suo. Le cose non sono di chi ce le ha, ma di chi ne ha la responsabilità. Un sacco di volte però le persone si sentono responsabili delle cose degli altri anche quando non gli riguardano. Insistono per farsene carico, per altruismo, ma molto più frequentemente per egoismo, perché i nostri problemi sono un fastidio per loro. Così finiamo come quei pupazzi pieni di rattoppi. Ciò che conta è disporsi ad una decenza apparente, giusto per non far sfigurare nessuno. Giusto perché gli altri poi possano sentirsi liberi di andarsene in giro pensando finalmente ai fatti loro.

Mi è venuta in mente quella volta al mare in cui vidi una bambina chiedere a sua madre di fare il bagno, insistentemente. All’inizio la madre disse di no, perché aveva appena finito di mangiare, ma poi, a seguito di altre richieste, si alzò dalla sdraio e le mollò un ceffone. La bambina iniziò a piangere, la madre le disse che se continuava gliene avrebbe date ancora. La bambina provò a non piangere, ma ovviamente il solo pensiero di non poter neanche piangere la fece disperare al punto da piangere fortissimo. Così forte che neanche quasi riusciva a fare un respiro tra un singhiozzo e l’altro. Ricordo che la madre stendendosi disse: «Tutte queste storie per un bagno», e allora pensai che la bambina non piangeva per il bagno, ma per lo schiaffo, per la minaccia, per l’umiliazione di fronte a tutti, per tutte queste, di storie. E pensai che la madre avesse proprio ragione. Tutte queste storie per un bagno.

5 Agosto 2014

Però quando c’era Mussolini…

Ci sono tanti discorsi che uno può fare a favore della legalizzazione delle droghe leggere. La criminalità organizzata che ci mangia e ci finanzia belle cose tipo deforestazione, prostituzione minorile, traffico di armi e probabilmente pure i programmi di Maria De Filippi. Ovviamente l’unica cosa che sento, continuamente, è che alcol e sigarette sono ancora più dannosi poiché mietono un sacco di vittime. Fermo restando che la morte non è l’unica discriminante dei danni che può subire un individuo e ce ne sono molti altri che possono essere neurologici ma anche psichici o relazionali, come ossessività, apatia, deficit d’attenzione, o semplice pigrizia intellettiva, oltre che di dipendenza e quindi d’assuefazione (danni che comunque non prenderemo mai in considerazione poiché vi basterà acquistare una rivista che tratti di benessere fisico per capire quanto si faccia riferimento alla salute del corpo, finanche dei capelli e delle unghie, però cervello escluso). Io non riuscirò mai ad essere contro le droghe, perché le cose sono solo cose, e la risposta definitiva sulla loro utilità è che sono buone se usate bene e dannose se usate male. Tuttavia questa gente che le difende appellandosi unicamente al fatto che facciano meno male dell’alcol e delle sigarette mi provoca un irrefrenabile desiderio di dargli un pugno in faccia. Poi però gli direi che fa sempre meno male di un calcio tra le gambe.

27 Luglio 2014

Esco

Supponendo – senza speranza alcuna, ovviamente – che al mondo possa esistere una lampada, un talismano, delle palle di vetro, un calzatoio o qualsiasi altro oggetto che custodisca un antico potere magico conferitogli da dio o chi per lui; ecco, supponendo che una cosa del genere esista, e che per caso mi passi per le mani in un momento di debolezza in cui non sia così avveduto da rendermi conto di non avere la più flebile idea di ciò che desidero, né da realizzare quindi che con un oggetto simile non potrei migliorare la mia esistenza più di quanto potrei pettinarmi con uno stuzzicadenti, sicché temo che l’unico modo per migliorare la propria esistenza sia intraprendere un percorso per migliorarla; insomma, dicevo, se questa cosa esistesse, e mi finisse per le mani, e io volessi esprimere davvero un desiderio, allora non avrebbe alcuna importanza, nello specifico, il mio desiderio, perché il problema, il vero problema, sarebbe che per esprimere un desiderio su cosa vorrei cambiare dovrei chiedermi cos’è che non va, dovrei chiedermelo per davvero, intendo. E allora in quel caso dovrei anche smettere di fingere di non vederlo, cos’è che non va, e dovrei riesumare un sacco di cose che in fondo sono lì perché ce le ho messe io, e che “lì” ce le ho messe perché tutto sommato è una costante della vita che dalla vita non ci si possa aspettare troppo. A meno che uno non abbia una lampada, un talismano, delle palle di vetro, un calzolatoio o qualsiasi altro oggetto che custodisca un antico potere magico conferitogli da dio o chi per lui. Ma per fortuna quest’oggetto non esiste, e quindi non c’è niente da chiedersi: va tutto bene. Faccio una doccia. Mi vesto. Esco.

28 Maggio 2014

La curiosità ammazza Gesù

Dalla libreria di un’amica sporgeva un libro e s’intravedeva l’inizio delle parole che componevano il titolo così ho immaginato si intitolasse GESÙ RISORTO. Per un attimo ho pensato di scappare, poi ho controllato: si trattava di GESTIONE RISORSE. La morale più o meno è che le pippe mentali mettono un’ansia tremenda, però la realtà è di una tristezza che meglio l’ansia.

immiscibile

21 Maggio 2014

”[…] Menzione a parte per Buonanotte, il racconto di Daniele Passaro costruito intorno all’intreccio di due vicende, quella interiore del protagonista e quella esteriore, scaturigine dell’insieme di fatti che gli accadono nel mondo che abita, fatto di guerre e conflitti, bisogni e sentimenti, e che portano l’uomo a trarre le fila della propria esistenza e a darsi alcune risposte. Non soltanto sorprendente nel finale, il racconto è un susseguirsi di idee e suggestioni su cui è difficile smettere d’interrogarsi; sapientemente equilibrato, non cede a nessun autocompiacimento che non sia quello che discende dalla ricchezza dell’esperienza umana che ci viene raccontata. […]”

8 Maggio 2014

Nicoletta, la ragazza calabrese e il vecchio misterioso

Nell’arco di cinque secondi dal momento in cui provo a prendere posto mi ritrovo circondato da una famiglia di Messina in procinto di ripartire per casa. E nonni, figli, nipoti e zii, tutti si abbracciano l’un l’altro tra le lacrime mentre io sono lì nel mezzo, pietrificato dall’imbarazzo al punto da pensare che se nella confusione generale prendessi ad abbracciare questi sconosciuti piangendo probabilmente mi si noterebbe meno. Dopo un quarto d’ora metà dei familiari scende dal treno; gli altri si mettono a sedere passandosi le nocche sulle guance per cancellare le prove della loro commozione, e si aiutano a farlo definendola “accaloramento”, dando quindi la colpa alla temperatura che in ogni caso gioca la sua parte.

Mentre osservo che, suppongo per l’emozione, si sono abbracciati e salutati tra loro anche alcuni di questi rimasti sul treno, ecco ricomparire sulla banchina quelli scesi, e perciò i miei compagni di viaggio si affacciano al finestrino a salutare, e intanto che gli altri giù li salutano a loro volta io sono sempre nel mezzo, schiacciato contro i vetri. Quando finalmente il treno parte e tutti tornano in sé non riesco a godermi il mio acquisito diritto d’odiare questa allegra famigliola: abbandono il proposito non appena riorganizzando le postazioni mi piazzano accanto una bellissima bambina dalle sopracciglia unite che più tardi scoprirò chiamarsi Nicoletta.

Parlando di propositi, alla prima fermata, che è quella di Latina, Nicoletta si lascia andare a poco nobili confessioni: «Speriamo che si rompe il treno così ce ne torniamo a Roma». Chi conosce abbastanza bene Trenitalia sa che la prima ipotesi di Nicoletta non è per niente azzardata, ma non mi sento di rassicurarla sull’esito della seconda, e le spiego che probabilmente in caso di avaria saremmo costretti a trovare lavoro a Latina e a rifarci lì le nostre vite, cosa che comunque non mi pare dispiacerle troppo per la regola che “tutto va bene purché domani non si torni a scuola”.

Dopo un paio d’ore io e Nicoletta siamo amici per la pelle. Parliamo di compagni di classe cattivi, di maestri cattivi, di bidelli buoni che però sono costretti dai maestri ad essere cattivi. Si delinea un quadro così atroce che anch’io inizio a sperare che non torni al suo tragico destino, e l’idea di vivere tutti a Latina per sempre mi pare molto meno spiacevole anche se ormai l’avevamo superata da un bel po’. Eravamo infatti nei pressi di Napoli quando un anziano signore seduto di spalle avanti a me, di cui non sono mai riuscito – né ho provato – a vederne il volto, spiegava ad una ragazza calabrese l’importanza dell’andare a votare, il valore della conquista della democrazia, della libertà d’espressione, della scelta, e tutte queste cose belle qui che in teoria condivido, che poi io alle elezioni sarò fuori sede e non voterò è tutt’altra storia.

Comunque, la ragazza calabrese. Lascerò da parte la descrizione del suo aspetto nello specifico, e dirò semplicemente che questa ragazza era molto bella, e che se avessi avuto il posto di fronte o accanto a lei ora ci saremmo già promessi amore eterno, ma non è nell’etichetta di un gentiluomo provarci con quelle sedute in un altro gruppo di sedili, indi ragion per cui vi racconto tutta un’altra storia. Questa ragazza, dicevo, preferisce non andare a votare perché reputa “da mediocri votare per i meno peggio”; il signore di fronte a lei le illustra paziente allegorie simpatiche per renderle palese la fallacia del suo ragionamento: «Sì ma, signorina, se abbiamo come candidati un assassino ed un ladro, e lei non vota per il ladro, poi è un po’ come si macchia le mani di sangue. Anche scongiurare il peggio è un bene, perché deve sapere che mentre le brave persone come Lei non vanno a votare, quelli meno bravi, quelli che fanno gli interessi loro, a votare ci vanno sempre!».

Dopo quella che mi pare una semplice lezione di umiltà e buon senso (al di là delle argomentazioni del caso, resto sempre affascinato da situazioni simili: pochissime volte in vita mi è capitato di vedere che qualcuno pensa di poter essere d’aiuto, quando qualcosa non va, facendo qualcosa, piuttosto che non facendo niente così da manifestare il suo utilissimo dissociarsi da quella cosa, per quanto messa in questi termini tutto ciò appaia immediatamente abbastanza svantaggioso per tutti), il povero vecchino viene zittito da un paio di vicini che gli sbraitano contro insistendo sul fatto che “ha ragione la signorina” e che “sono tutti assassini”, fino a degenerare su argomenti mai toccati fino a quel momento (i marò, l’Euro, il fascismo, e, ovviamente, il sempreverde Mussolini). Il tutto, sospetto, per rientrare nelle grazie dell’avvenente ragazza. Quando le due bestie si placano (cosa che avviene comunque presto, essendo queste ignorate dalla restante comunità), la ragazza riprende a parlare con il signore misterioso, meno certa della sua posizione precedente, senza avere  tuttavia l’aria di chi ne ha compreso il perché, ma il livello della compagnia dalla parte della sua sponda intellettuale l’ha lievemente turbata innescando in lei alcuni dubbi sulla bontà delle sue intuizioni. Dubbi comunque destinati a rimanere tali.

Per quanto ammetto che in un primo momento sono stato in parte sedotto dalla semplice bellezza di questa ragazza, realizzo che poi, nel vederla così scioccherella e vulnerabile, me ne innamoro perdutamente. Immagino che una simile constatazione dovrebbe rispondere a non pochi quesiti circa l’andamento non troppo fortunato delle mie relazioni passate presenti e future. Si potrebbe pensare infatti che a me possa piacere una ragazza del genere – potremmo dire, simpaticamente, “imbranata” – così che poi io sia in grado di assoggettarla in qualche modo, cosa che ovviamente non farei mai; rifletto quindi sul fatto che nessuno che voglia farmi deliberatamente del male sarebbe in grado di riuscirci, per cui evidentemente il rapporto con persone risolute non mi pare abbastanza stimolante visto che queste, non godendo neanche della semplice e sacrosanta possibilità di farmi del male, non riuscirebbero a condizionarmi in alcun modo. Nel frattempo mi rendo anche conto di star trascurando la mia nuova amica, per cui mi volto verso di lei e le chiedo se è fidanzata e lei mi risponde che a scuola c’è uno che la picchia sempre e io le dico che da come ho capito è la stessa cosa pure da grandi.

7 Maggio 2014

Da qualche parte dovevo vantarmene

Non è facile parlare del fatto di essere padre. Ci ho scritto una poesia, una volta. Ma non ero ancora padre. La madre di mia figlia invece era già la madre di mia figlia, perché le mamme diventano mamme da subito, e iniziano a vivere insieme al figlio da subito, o comunque con un anticipo di almeno sei mesi rispetto ai papà. Vivono più insieme al figlio quando ancora deve nascere che nemmeno dopo. Dopo lo devono dividere con il papà. Comunque, le mamme prendono la fetta più grande.

Non è affatto detto che prendano però la fetta più grande d’amore. E io questa cosa qui non dovrei dirla, perché è non è proprio politicamente corretta. Fatto sta che tante volte la fetta più grande dell’amore spetta ai papà. E non perché i papà li trattino meglio, i figli, e sicuramente non perché si sacrifichino più delle mamme, ma forse proprio perché i papà ai figli un po’ li trascurano. E le madri vogliono sempre che invece siano all’altezza di cose di cui essere all’altezza non importa mica e stanno sempre lì a guardare.

Tante mamme portano i loro bambini in giro come ci porterebbero un iPhone. Li tengono come qualcosa da mostrare agli altri. Raccontano le prestazioni, le qualità, gli aggiornamenti, l’autonomia. Raccontano pure che i loro figli sono migliori degli altri figli anche nell’essere peggiori. Perché quando fanno casino i loro figli proprio scatenano l’inferno, dicono. A me sembra che ci siano molte differenze tra un figlio e un iPhone. La prima che mi viene in mente, per esempio, è che se uno va in giro con suo figlio di notte difficilmente provano a rubarglielo. E da che l’umanità esiste, mi pare, tutto quello che ha un valore provano a rubartelo. Immagino questo dovrebbe dirla lunga sul fatto che in fondo non vale assolutamente la pena di avere un figlio e se c’è l’hai hai poco da esibire.

Io che ho una figlia lo so perché ce l’ho, ma so di non potermi sbilanciare fino a farlo apprezzare agli altri. E la ragione per cui sono contento di avere mia figlia è che mia figlia mi sorride, che uno magari dice, ma in primo luogo nessuno penserebbe di rubarvi un figlio perché vi sorride, sarebbe un po’ come rubare un iPhone che funziona solo in mano vostra. E, soprattutto, non so se voi avete mai contato le persone che vi sorridono costantemente. Secondo me sono poche.

Comunque di questa cosa non me ne vanto mai. Poi cosa vuoi importi agli altri se mia figlia mi sorride? I figli degli altri sono bravi in tante cose tutte più difficili.

24 Aprile 2014

L’importanza di non dire boh

Esco a fare colazione (premessa: sono a Barcellona) e un ragazzo cinese con allegra famigliola a seguito mi chiede qualcosa in spagnolo, che io non capisco. Allora gli dico che può esprimersi tranquillamente pure in cinese. Lui rimane tutto entusiasta e mi chiede come mai conosco il cinese e io gli dico che non lo conosco ma visto il suo spagnolo le possibilità che capisca qualcosa possono solo aumentare. Alla fine, accordatici sull’inglese, mi chiede dove può trovare questo posto. Io, che – non so se si capisce – non sono di Barcellona, gli dico che il posto lo conosco e ci sono andato proprio ieri, anche se in realtà ieri ero decisamente troppo ubriaco per ricordarmi anche un eventuale percorso da intraprendere per tornarcivisimiti. Tuttavia, per via della mia esaltazione, dovuta già solo al fatto di essere a conoscenza di un posto specifico in una città dove non sono a conoscenza praticamente di nulla (esclusi due parchi tre ristoranti un paio di pub e uno spacciatore), cerco di fornirgli comunque delle indicazioni dettagliate. Gli dico di aver preso tale mezzo e poi attraversato, camminato e a un certo punto girato, e poi arrivato. Gli dico di fare lo stesso di quello che ho appena detto, sperando che almeno loro abbiano capito. Effettivamente tanto valeva che anch’io gli dessi queste indicazioni direttamente in italiano. Poi ovviamente mi chiedono di fare una foto insieme. Cerimonie come fossimo finti parenti dalla Carrà e alla fine vanno via. Ci lasciamo con strette di mano, abbracci, e soprattutto la piena consapevolezza che avrebbero dovuto chiedere a qualcun altro.

16 Aprile 2014

Rapido annuncio

A fine mese uscirà nelle librerie il mio racconto, s’intitola Buonanotte ed è un po’ lunghino quindi potete anche usarlo per addormentarvi. È dentro un libro di racconti di cui non posso ancora dire il titolo. Io già ce l’ho, quindi se a qualcuno fa piacere averlo prima e di persona a me fa piacere incontrarci, a Roma, a Napoli, a Milano no. Milano fa cagare. Volevo organizzare una serata come l’anno scorso però lì finì che mi ubriacai e vomitai quindi forse è meglio che no.

16 Aprile 2014

Si può smettere di soffrire? Sì No Chissà

In una soleggiata mattina di un giorno della settimana scorsa io e mia figlia siamo usciti a prendere un gelato. Uno ciascuno, ovvio. Andandoci a sedere sul muretto per consumare cono e coppetta (ci sono anche i tavolini esterni, ma puntualmente arriva qualcuno che si siede ad un posto vicino e si accende una sigaretta perché non è vietato e se uno è stupido gli serve che le cose gliele vietino e se no vanno bene) vediamo passare uno Yorkshire e mi chiedo quindi se mia figlia ancora ricordi del nostro cane morto l’anno passato, perché dovete sapere che mia figlia mi terrorizza spesso, da che a neanche due anni mi ricordò quando stavo uscendo dal centro commerciale senza prendere la giacca, fino alla volta in cui mi raccontò del suo compleanno a tema Peppa Pig (compleanno del suo primo anno di vita), allora indico il cane e le dico «Vedi? È uguale a Schumy!», e lei mi risponde che «Però non è Schumy perché Schumy è andato in cielo». Poi mi chiede come ci si possa andare, in cielo, ed io rispondo «Volando, credo», allora mi confessa che lei non sa volare, ma mi sembra molto rincuorata dall’apprendere che adesso è ancora piccola.

«Tu sai volare papà?», mi chiede. Quando ovviamente le dico di sì mi dice di mostrarle come si fa, quindi propongo di andare a comprare le patatine e tutta la faccenda del volo viene dimenticata all’istante. Preso il pacchetto di patatine (quello di una certa Violetta), ci imbattiamo in due testimoni di Geova seduti su una panchina che, senza neanche scomodarsi, mi chiedono se si può smettere di soffrire. Temo di non essere dotato di una profondità tale da cimentarmi in simili questioni esistenziali, e che il mio pensiero tutto sommato sia che l’esistenza stia bene come sta, per cui in fin dei conti a chi gli va di soffrire soffre e a chi no, no. O comunque in maniera discontinua, che soffre quando c’è da soffrire e gioisce quando c’è da gioire così come si mangia quando si deve mangiare e si fa la cacchina quando c’è da fare la cacchina. Perché a me non mi pare che la sofferenza abbia mai fatto male a qualcuno, a me pare che soffrire sia proprio come fare la cacca, che se uno deve farla è meglio che la fa, e il problema è quando la sofferenza è una malattia. Ma smettere di soffrire è un po’ smettere di pensare, così va a finire che uno si annoia e poi soffre perché si annoia ma non se ne accorge perché non ci pensa e allora crede di soffrire, ma noi siamo quelli che soffriamo perché non facciamo niente non diciamo niente e non ci capita mai niente e neanche lo facciamo capitare. Siamo quelli che alla fine soffrono perché non soffrono più.

Cerco di riassumere questi pensieri confusi ai testimoni di Geova e gli dico che possiamo smettere di soffrire, solo che prima dovremmo iniziare a farlo davvero. Loro non capiscono e mi dicono che sono confuso ma è normale, e io mi sento molto rassicurato dal sapere che sono “normalmente confuso”, poi mi danno un pieghevole che però forse è più confuso di me; alla domanda “Si può smettere di soffrire?” ha tre possibili voci:

  • No
  • Chissà 

Mentre mi chiedo per quale ragione aggiungere “chissà” ad un elenco di risposte a scelta multipla (rispondermi a mia volta “chissà”) prendo il pacchetto di patatine di Violetta e faccio per aprirlo quando mia figlia mi ricorda che dobbiamo aspettare “dopo mangiato”. Mia figlia, a me. Fatto sta che le chiedo se è sicura, e lei mi risponde, stavolta un po’ spazientita: «Dopo mangiato, papà!», quindi proseguiamo verso casa e intanto mi rigiro il pieghevole tra le mani consultando i vari versetti citati che comunque non mi sembrano di grande aiuto rispetto alla domanda in copertina, per cui chiedo alla mia accompagnatrice se secondo lei si può smettere di soffrire, e lei, che probabilmente è sovrappensiero e neanche mi ascolta, mi risponde «Sì, però dopo mangiato papà!». Che poi era quello che pensavo io della cacca, che non è che la si può fare prima.