È ieri. Sono le nove e un quarto di mattina quando, dopo un’improbabile colazione a base di arance, partiamo per Napoli direzione porto per recuperare due vecchine reduci da un viaggio in Sardegna. Al volante ci sono io, di fianco a me questa mia amica Mia, che si è offerta di accompagnarmi perché sono molto bello, o più presumibilmente perché ha un volo per Torino nel tardo pomeriggio.
Alle dieci siamo a Napoli e il traghetto da Cagliari arriva alle undici, quindi decidiamo di andarcene in giro per la città che incarna più di ogni altra il proverbiale “bella ma non ci vivrei”. Alle undici siamo al porto, seduti al bar tra gli operatori portuali che discutono abilmente e con un’altissima cognizione della taccagneria del Presidente De Sanctis, dei migliori moduli di gioco, di calciopoli e di qualsiasi altro argomento non potrebbe mai sfiorare i miei interessi. Tuttavia sono così bravi a parlarne che non riesco a non prestargli attenzione. Sono sicuro che se andassi al porto pure stamattina starebbero dicendo di nuovo le stesse cose. O ti alleni tutti i giorni o non puoi essere così bravo.
Il traghetto, comunque, non arriva. Chiamo la signora Lucrezia non appena torna raggiungibile la telefono: mi dice che il traghetto porta tre ore di ritardo. Ho viaggiato abbastanza da sapere che tre ore di ritardo vuol dire quattro ore di ritardo, quindi io e Mia ci alziamo e andiamo a sederci di fianco al Palazzo dell’Immacolatella, uno dei tanti capolavori di Napoli tenuti tutti sgarrupati. Mi piace molto e mi dispiaccio del suo stato, poi comunque realizzo che in parte mi piace anche per la sua sgarrupatezza. Mentre ci passeggiamo attorno sotto il sole cocente evitando le cacche di cane Mia butta giù una metafora di Napoli da questo Palazzo circondato da auto e da cacche. Mi dice che ci sarebbe tantissimo da vedere, però il mondo teme la cacca. E a Napoli purtroppo è tutto in mezzo alla cacca. Alla cacca fisica e alla cacca morale.
Le chiedo, intanto che struscio una scarpa su delle piante per ragioni che potete facilmente immaginare, se in fondo non sia questo il bello. Del resto ci sono due tipi di bellezza. Una cosa è la bellezza dell’arte e un’altra è la bellezza dell’artista. Se Napoli fosse una persona potrebbe essere Maradona, o Caravaggio. Non è che sono proprio quei modelli etici da prendere ad esempio, comunque nessuno ci verrà a dire che i dipinti di Caravaggio sono brutti perché lui accoltellava la gente.
«Sì beh, comunque non fai una bella fine se te ne vai in giro a litigare tutte le sere.», fa Mia.
«Ma guarda – le dico – che nonostante la sua vita violenta poi è morto come un cretino: era al porto ad aspettare una nave che non arrivava mai.»
«…»
«Prese troppo sole e gli venne un’infezione all’intestino. È morto in mezzo alla cacca pure lui.»
«Danie’, ci mettiamo un po’ all’ombra?»
Alla fine, mentre l’accompagno in aeroporto, arriviamo alla conclusione che la bellezza di Napoli sia così grande da distrarre da tutta la sua cacca. Conclusione che spiegherebbe un mucchio di cose anche sull’Italia in genere.
Torno al porto quello senza aerei giusto in tempo per attendere un’ultima mezz’ora. Ci tenevo molto. Le vecchine in questione sono la madre di mia zia con la rispettiva sorella, che io non conosco. Comunque la madre di mia zia è la donna più dolce di questo mondo e si chiama Lucrezia, e non c’è. Non credo potreste immaginare né potrei descrivere la mia faccia una volta che capitan Findus arriva dalle scale mobili e mi fa presente che i passeggeri sono finiti. Cioè, non sono una cosa che possono finire, i passeggeri. Non è che apri il frigo non li trovi e scendi al supermercato. Non so se mi spiego. Dopo quattro ore d’attesa può capitare che uno pregusti il momento in cui finalmente tornerà a casa, andrà in bagno, mangerà, scriverà su twitter che dopo mezza giornata per le strade di Napoli l’Eneide ti pare una pallida favoletta. Dopo quattro ore può anche capitare, però, di trovare una sola delle due sorelle (quella che non conosci) all’interno del garage del traghetto che ti si presenta e ti avvisa sbraitando che l’altra è ancora dentro. Da qui c’è tutta una parte molto divertente in cui io giro all’interno del traghetto parlando al cellulare con la signora Lucrezia provando a farmi dare indicazioni sul luogo in cui è, senza per altro conoscere nulla di quel traghetto. Una scena tipo:
«Signora Lucre’, di fronte a Voi che c’è?», in Campania agli anziani si dà il Voi, che è il superlativo assoluto del Lei.
«Un’ascensore!»
«E Voi siete dentro o fuori quest’ascensore?»
«Sono dall’altra parte».
«Sì ma rispetto a che?»
«C’è un estintore appeso!»
etcetc
Non ho la più pallida idea di quanto questa ricerca possa essere durata, ma posso dire che prima di trovarla ci ho messo sette euro e qualcosa di telefonata. Alla fine è al piano sotterraneo, al meno due insomma. Mai come in questo caso comprendo in pieno il significato di “si deve partire dalle basi”. Quando sbuchiamo fuori e mi carico tutti i bagagli delle due sorelle ritrovate scopro che se c’è una sorella dolce c’è anche una sorella al gusto di limone fracido. In pratica, la signora Lucrezia, ha premuto il tre (cioè due piani sotto a dove si esce) nell’ascensore perché così l’è stato detto da qualcuno. Qualcuno che con ogni probabilità non fa parte dell’equipaggio, ma questo alla signora di cui non ricordo il nome non pare interessare, e mentre andiamo via urla a chiunque incontri che sono incompetenti, che fanno perdere la gente, che Trenitalia fa schifo (giuro!), e la Sardegna fa schifo pure lei perché in vacanza è stata malata tutto il tempo e a saperlo non ci andava proprio. Anzi, non ci andrà mai più.
Ora, per quanto tutte le sue premesse possano sembrarmi fallate, se la portano alla conclusione di restare a casa mi sento di condividere in pieno tutta la linea. L’approvo per questo e perché spero che approvandola smetterà prima. Poi per fortuna arriviamo alla macchina e cambia discorso: attacca una storia sul fatto che io abbia una figlia senza essere sposato e tanto meno convivere con la madre. Mi fa abbassare e alzare il finestrino in continuazione perché a volte le veniva il vomito per colpa del traghetto e a volte le dava fastidio il rumore dell’aria che entrava dal finestrino. E le dava fastidio pure l’aria condizionata. E le curve. E la strada dissestata. E io che non mi sposo (quando finiva ricominciava dall’inizio).
Alla fine siamo sotto casa sua, le porto i bagagli in casa sotto la pioggia. La vado a prendere in auto con l’ombrello e non scende perché dobbiamo fare il giro per entrare dal cancello di dietro, che dal cancello principale c’è uno che sta sempre affacciato e fa il malocchio. Che poi pure così fosse a me mi ci ha fatto passare, per dire. Facciamo il giro. La saluto. Vado via.
Io non vorrei cadere in contraddizione con la prima parte di questo post, quella in cui dico che vale la pena di andare oltre il brutto per trovare il bello e blablabla. Cioè, io oltre il brutto ci sono andato. L’ho pure doppiato. Ora spero davvero che questa signora faccia dei dipinti veramente straordinari.
Di tutta questa storia, storia che per altro va avanti da quasi ventisei anni a questa parte, mi resta una consolazione per nulla da poco. E cioè che, dietro tutte le porte che chiudo, – nel mio caso quindi “qualsiasi porta mi si apra” – da una parte c’è ogni volta qualcos’altro, e dalla mia parte, ovviamente, ci sono io. E nel trarmi fuori da questi universi possibili non mi pare affatto di far tutto questo torto al mondo, che intanto, forte del suo stato vegetativo, ruota rivoluziona fiorisce e marcisce sereno come sempre. Se non più sereno ancora.
Passeggiavo con una ragazza. Constatando come spesso avesse voglia di fermarsi per mangiare questo e quell’altro, le feci presente che (quand’eravamo a casa sua) passammo giorni interi a letto senza prenderci le dovute pause dedite al cibo e alle altre cose di cui alla fin fine che importa. Con tanto di sorriso impresso – quasi volesse esser detta brava – mi raccontò che, di tanto in tanto, quando s’alzava per andare in bagno, poi passava in cucina a prendere qualcosa da mangiare. Per sé. Non che m’importi molto. Non sono morto. Però pensai che in vita mia non m’era mai stata riservata tanta crudeltà, per altro pure abbastanza ingiustificata. Ovviamente questa discussione avvenne al nostro ultimo incontro. Ma non che m’importi molto, ci mancherebbe.
Tra le millemila (saranno state poco più di una ventina, ma siamo qui per tirarcela, no?) mostre parigine che hanno beneficiato della mia richiestissima e preziosissima presenza (a molte in realtà sono andato solo, vabbè) da sei mesi a questa parte, verso metà febbraio, a le 104, ne ho visitata una sul tema de’ les coeurs brisès. In pratica erano buttati e appesi qua e là tutti quegli oggetti pressappoco insignificanti ma intrisi di ricordi e rappresi di vita che ci lasciano in casa gli ex.
Quest’idea di raccogliere robacce che raccontano storie di cui tutto sommato non importa niente a nessuno non è proprio di oggi; ne avevo sentito parlare già verso fine 2007, sempre ammesso che possa ricordare di una conversazione avvenuta nel 2007. Una coppia di galleristi e sedicenti artisti dai nomi impronunciabili si separa e decide di conservare i ricordi del loro amore in questa galleria a Zagabria, finché amici parenti e visitatori non cominciano a portare anche il ciarpame dei loro ex e così, dal 2010, quest’esposizione se ne va in giro per i musei d’Europa a raccattare inutilità ed è passata a raccogliere l’immondizia pure a Parigi.
Questa coppia ha pensato di realizzare in maniera simbolica quello che fa ogni artista o ogni appassionato all’arte. L’arte, come ogni cosa, nasce dal disagio. È palese che se uno sta apposto non ha bisogno di creare niente. Se non vi viene bene un vostro autoritratto non dovete necessariamente tagliarvi un orecchio, comunque insomma la strada è quella, almeno metaforicamente: prendere una parte reale di voi e amputarla, portarla via dalla fisicità per esprimerla sotto forma di raffigurazione contraffatta e interpretata della realtà. Se siete qui è molto probabile che siate degli appassionati d’arte in qualche modo: letteratura, cinema, musica, ma anche semplici serie ᴛv o gente che spinge palle verso direzioni opposte e tutti quegli altri teatrini che prendono spunto dalla vita reale allo scopo di distrarci dalla vita reale (come un inutile scorcio sugli oggetti post-relazione, per esempio). L’arte insomma nasce dal disagio, ma senza la pretesa di risolverlo.
Mi spiego. Se siete Edvard Munch (non lo so, ma penso di no) e mentre camminate lungo la strada con due amici quando il sole tramonta il cielo si tinge all’improvviso di rosso sangue e vi fermate e vi appoggiate stanchi morti ad una palizzata e sul fiordo nero-azzurro e sulla città ci sono sangue e lingue di fuoco e intanto i vostri amici continuano a camminare e voi tremate ancora di paura e sentite che un grande urlo infinito pervade la natura, ecco, se vi capita tutto questo, sicuramente avrete qualche problema bello grosso, eppure, se qualcuno vi avvicinasse per chiedervi come state rispondereste che avete da fare, perché dovete fare un dipinto su questa cosa che vi è capitata (e che molto plausibilmente ve la siete fatta capitare di proposito per farne un dipinto). L’arte non risolve nulla, tuttavia in un certo modo annulla i problemi trasportandoli in un’altra dimensione. Del resto a che pro risolvere quel poco che può renderci interessanti ai nostri occhi?
L’arte è prendere la realtà per dimenticarla. E non è un ossimoro. È proprio così che va per tutto. C’è una relazione inversamente proporzionale tra l’avere presente qualcosa in mente e averla presente in maniera tangibile. Non c’è una forma di presenza più alta dell’assenza. Ogni cosa, nella nostra testa, nasce quando non la si può più indicare e se ne deve ragionare, dicono più o meno le prime pagine di tutti i libri di linguistica, ovviamente molto meglio di così.
Fatto sta che il problema delle cose delle ex io non l’ho mai avuto. Da una parte perché mi faccio regalare solo cibo e il resto lo perdo, dall’altra perché non introduco gente in casa. Supponiamo però io abbia cose nella casa di una persona con cui stavo e relativamente amavo: le riprendo facendo la figura del poveraccio o le ricompro a scapito della mia situazione economica e a vantaggio di quella emotiva? A quanto pare, non dipende da me, visto che questa persona con cui stavo potrebbe appartenere ad una qualsiasi di queste quattro macrocategorie:
Ovviamente ora abbiamo anche una quinta soluzione. Cioè aspettare che passi l’esposizione dei cuori infranti per la nostra città e lasciargli gli scatoloni.
A vedere tutta quella robaccia buttata e appesa qua e là mi sono sentito un po’ come quel Munch urlante e ho subito ringraziato la mia formazione artistica per aver contribuito a rendermi una persona vuota con una vita (e una casa) altrettanto vuota. L’arte è il fine a se stesso per eccellenza. L’assoluta inutilità, non fosse per l’utilità di risparmiarti le inutilità reali, ingombranti e pure brutte da guardare. Del resto tutto ci sta male e va bene così, meglio niente.
Regaliamoci biscotti.
“ Ciao frocio, come va? Oddio, l’ho chiamato frocio. Mi mancava quella parola, sono cresciuto dicendola. Voglio dire, non è mai significata “gay”. Quando ero bambino non sapevo che fosse un gay. Non m’era stato spiegato che la gente facesse quelle robe.”
Frocio non vuol dire gay. Quando ero piccolo chiamavo qualcuno frocio perché si comportava da frocio. Avete presente? “Gnegné.” Chiudi il becco, frocio! “Non dovresti usare queste cose per fare questa cosa.” Sta zitto, frocio! Non chiamerei mai “frocio” un omosessuale. A meno che non stia facendo il frocio, ma non di certo perché è gay. Capite cosa intendo?
Tipo: se vedessi due tizi succhiarselo a vicenda sarei rispettoso nei loro confronti, sapete? “Salve, signori!”, qualcosa del genere. Ma se uno dei due si togliesse l’uccello di bocca e cominciasse a comportarsi da frocio, dicendo noiose frasi da frocio: «Gli abitanti di Phoneix sono Fenici» o cose così, gli direi «Smettila di fare il frocio, e succhia quell’uccello!».
Ecco cosa gli direi.
Oggi è la giornata mondiale contro l’omofobia. Tutti faranno qualche dichiarazione idiota senza sapere o ignorando di proposito cosa possa voler dire questa parola: “omofobia”. L’omofobia è quella chiusura mentale di chi si scandalizza o disgusta se una coppia non tradizionale manifesta affetto reciproco. Un dizionario lo direbbe meglio, ma insomma tant’è.
La giornata mondiale contro l’omofobia rappresenta invece la chiusura mentale di chi si scandalizza o disgusta se a qualcuno fa un po’ schifo vedere due gay che si baciano. Fermo restando che l’omofobia non è riconosciuta clinicamente come una fobia ma indica un’avversione irrazionale verso qualcosa che istintivamente non ci piace e basta, a uno potrebbe dar pure fastidio vedere scambi d’effusioni da parte di una coppia tradizionale, o magari non potrebbero piacergli i fagioli, nonostante pure i fagioli non siano poi cattive persone. Resta tutto in un ambito comunque piuttosto legittimo perché innocuo e individuale.
A ogni modo, mentre il mondo tutto s’affanna a deprecare gli atteggiamenti violenti causati dall’omofobia forse può essere utile ricordare che l’omofobia definisce un istinto, e ciò che invece razionalizza l’odio – quindi sfocia nell’approvazione morale di condotte brutali verso chi vive una sessualità aperta, creando perciò un ideale di discriminazione legittima per via di una giustizia superiore – è le dottrina teologica nella quale, prescindendo la nostra fede individuale, siamo cresciuti e pasciuti.
Siamo stati educati al rispetto dei valori della famiglia che devono imporsi e surclassare i valori della libera scelta, ma a quanto pare, però, è tutta colpa dell’omofobia. Non possiamo mica fare una giornata mondiale contro i conservatori? Conservatore è una parola buona e rappresenta i valori di una volta quando era tutta campagna c’erano le mezze stagioni e i treni arrivavano in orario: la famiglia patriarcale, la nobiltà, la supremazia aristocratica e clericale, la schiavitù e via dicendo. Tutte belle persone i conservatori, sempre molto attenti alla questione morale.
Se invece ci fosse una giornata mondiale contro i valori cattolici, per dire, Napolitano mica potrebbe fare una bella figura con due frasi fatte contro un fenomeno insito nella natura umana? Insomma uno va lì dice che l’omofobia è cattiva e non si fa e si prende l’applauso. Tutto molto bello. Altrimenti dovresti indicare la causa di quei fenomeni concreti che si verificano nella società e sono tutti razionalmente riconducibili. Ma a quanto pare questi fenomeni non esistono e le persone violente sono tutte come quel poveraccio che prendeva a picconate i passanti a Milano. È un demone a dirglielo, non è che sono stati educati a escludere ciò che non è tradizionale. Nel caso dei conservatori comunque questo demone a me così astratto non sembra. Però è l’omofobia. E la crisi, è pure la crisi.
Pian dal giaciglio lui si ribalta
nel mentre la luce va sempre più alta,
nuvole sparse si diradano rapide
e rondini a gruppi sfrecciano impavide.
Regna il silenzio, la quiete l’abbraccia,
s’aggira per casa e allo specchio si scruta.
Sorride a se stesso e va a farsi una doccia
poi veste e sereno si fa una spremuta.
Fintanto che spreme nemmanco s’avvede
della disgrazia in cui avea messo piede
ma quand’è da versare il giovin s’incazza
perché la madre gli avea rotto la tazza.
Edit recensivo:
“Allora io pensavo che fosse il salume, non la coppa in quanto tazza.
Quindi non capivo”.
V.S.