Lascio il campo di descrizione vuoto per non dovermi ricordare di essere come mi sono descritto.

L’importanza di non dire boh

Esco a fare colazione (premessa: sono a Barcellona) e un ragazzo cinese con allegra famigliola a seguito mi chiede qualcosa in spagnolo, che io non capisco. Allora gli dico che può esprimersi tranquillamente pure in cinese. Lui rimane tutto entusiasta e mi chiede come mai conosco il cinese e io gli dico che non lo conosco ma visto il suo spagnolo le possibilità che capisca qualcosa possono solo aumentare. Alla fine, accordatici sull’inglese, mi chiede dove può trovare questo posto. Io, che – non so se si capisce – non sono di Barcellona, gli dico che il posto lo conosco e ci sono andato proprio ieri, anche se in realtà ieri ero decisamente troppo ubriaco per ricordarmi anche un eventuale percorso da intraprendere per tornarcivisimiti. Tuttavia, per via della mia esaltazione, dovuta già solo al fatto di essere a conoscenza di un posto specifico in una città dove non sono a conoscenza praticamente di nulla (esclusi due parchi tre ristoranti un paio di pub e uno spacciatore), cerco di fornirgli comunque delle indicazioni dettagliate. Gli dico di aver preso tale mezzo e poi attraversato, camminato e a un certo punto girato, e poi arrivato. Gli dico di fare lo stesso di quello che ho appena detto, sperando che almeno loro abbiano capito. Effettivamente tanto valeva che anch’io gli dessi queste indicazioni direttamente in italiano. Poi ovviamente mi chiedono di fare una foto insieme. Cerimonie come fossimo finti parenti dalla Carrà e alla fine vanno via. Ci lasciamo con strette di mano, abbracci, e soprattutto la piena consapevolezza che avrebbero dovuto chiedere a qualcun altro.

Rapido annuncio

A fine mese uscirà nelle librerie il mio racconto, s’intitola Buonanotte ed è un po’ lunghino quindi potete anche usarlo per addormentarvi. È dentro un libro di racconti di cui non posso ancora dire il titolo. Io già ce l’ho, quindi se a qualcuno fa piacere averlo prima e di persona a me fa piacere incontrarci, a Roma, a Napoli, a Milano no. Milano fa cagare. Volevo organizzare una serata come l’anno scorso però lì finì che mi ubriacai e vomitai quindi forse è meglio che no.

Si può smettere di soffrire? Sì No Chissà

In una soleggiata mattina di un giorno della settimana scorsa io e mia figlia siamo usciti a prendere un gelato. Uno ciascuno, ovvio. Andandoci a sedere sul muretto per consumare cono e coppetta (ci sono anche i tavolini esterni, ma puntualmente arriva qualcuno che si siede ad un posto vicino e si accende una sigaretta perché non è vietato e se uno è stupido gli serve che le cose gliele vietino e se no vanno bene) vediamo passare uno Yorkshire e mi chiedo quindi se mia figlia ancora ricordi del nostro cane morto l’anno passato, perché dovete sapere che mia figlia mi terrorizza spesso, da che a neanche due anni mi ricordò quando stavo uscendo dal centro commerciale senza prendere la giacca, fino alla volta in cui mi raccontò del suo compleanno a tema Peppa Pig (compleanno del suo primo anno di vita), allora indico il cane e le dico «Vedi? È uguale a Schumy!», e lei mi risponde che «Però non è Schumy perché Schumy è andato in cielo». Poi mi chiede come ci si possa andare, in cielo, ed io rispondo «Volando, credo», allora mi confessa che lei non sa volare, ma mi sembra molto rincuorata dall’apprendere che adesso è ancora piccola.

«Tu sai volare papà?», mi chiede. Quando ovviamente le dico di sì mi dice di mostrarle come si fa, quindi propongo di andare a comprare le patatine e tutta la faccenda del volo viene dimenticata all’istante. Preso il pacchetto di patatine (quello di una certa Violetta), ci imbattiamo in due testimoni di Geova seduti su una panchina che, senza neanche scomodarsi, mi chiedono se si può smettere di soffrire. Temo di non essere dotato di una profondità tale da cimentarmi in simili questioni esistenziali, e che il mio pensiero tutto sommato sia che l’esistenza stia bene come sta, per cui in fin dei conti a chi gli va di soffrire soffre e a chi no, no. O comunque in maniera discontinua, che soffre quando c’è da soffrire e gioisce quando c’è da gioire così come si mangia quando si deve mangiare e si fa la cacchina quando c’è da fare la cacchina. Perché a me non mi pare che la sofferenza abbia mai fatto male a qualcuno, a me pare che soffrire sia proprio come fare la cacca, che se uno deve farla è meglio che la fa, e il problema è quando la sofferenza è una malattia. Ma smettere di soffrire è un po’ smettere di pensare, così va a finire che uno si annoia e poi soffre perché si annoia ma non se ne accorge perché non ci pensa e allora crede di soffrire, ma noi siamo quelli che soffriamo perché non facciamo niente non diciamo niente e non ci capita mai niente e neanche lo facciamo capitare. Siamo quelli che alla fine soffrono perché non soffrono più.

Cerco di riassumere questi pensieri confusi ai testimoni di Geova e gli dico che possiamo smettere di soffrire, solo che prima dovremmo iniziare a farlo davvero. Loro non capiscono e mi dicono che sono confuso ma è normale, e io mi sento molto rassicurato dal sapere che sono “normalmente confuso”, poi mi danno un pieghevole che però forse è più confuso di me; alla domanda “Si può smettere di soffrire?” ha tre possibili voci:

  • No
  • Chissà 

Mentre mi chiedo per quale ragione aggiungere “chissà” ad un elenco di risposte a scelta multipla (rispondermi a mia volta “chissà”) prendo il pacchetto di patatine di Violetta e faccio per aprirlo quando mia figlia mi ricorda che dobbiamo aspettare “dopo mangiato”. Mia figlia, a me. Fatto sta che le chiedo se è sicura, e lei mi risponde, stavolta un po’ spazientita: «Dopo mangiato, papà!», quindi proseguiamo verso casa e intanto mi rigiro il pieghevole tra le mani consultando i vari versetti citati che comunque non mi sembrano di grande aiuto rispetto alla domanda in copertina, per cui chiedo alla mia accompagnatrice se secondo lei si può smettere di soffrire, e lei, che probabilmente è sovrappensiero e neanche mi ascolta, mi risponde «Sì, però dopo mangiato papà!». Che poi era quello che pensavo io della cacca, che non è che la si può fare prima.

Poesia del motorino di Carolina

Vien dalla Gallia per la volta celeste,
poi si cal dalle nuvole e a Partenope giunge.
All’aeroporto, con grida moleste,
gli vien incontro un’amica e lo stringe.

Il viaggiatore, che si sente un rottame,
forse col rischio di sembrar un po’ stronzo,
per imbarazzo (soprattutto: per fame)
placa i saluti e le chiede del pranzo.

Escono i due e Carolina s’arresta:
dov’è finito il suo motorino?
Subito in tutto il parcheggio rovista
attirando lo sguardo di mezza Capodichino.

Va tra le auto finché sul suo volto
si disegna rammarico e disperazione.
Sentendosi, l’amico, anch’egli coinvolto,
chiede: «Descrivimi il mezzo con precisione!»

Carolina lo guarda con fare abbattuto,
poi punta la mano verso un ambulante:
«Somiglia a quello, dove il tipo è seduto»,
allor lui è sfiorato da un dubbio inquietante.

«Ma Carolina – le fa il ragazzo – 
è possibile che quello che tu mi hai indicato,
dico una scemenza, non mi prender per pazzo,
sia proprio il mezzo che credevi rubato?»

Carolina pian piano s’avvicina all’oggetto
e visualizza a ogni passo il comune presagio,
che diventa assodato e non più sospetto,
che se l’avesser rubato avrebbe meno disagio.

In parte felice per il ciclomotore,
dall’altra comunque abbastanza seccata,
s’avvicina decisa all’ignar venditore
e lo scaccia tirandogli una borsettata.

Deterrere

Il concetto di tristezza mi è sempre parso profondamente legato a quello di perdita, e la vita in fin dei conti non è altro che un’inarrestabile seguirsi di perdite. L’intelletto, la bellezza, la forza, l’appetito sessuale, le chiavi della macchina. Siamo destinati a perdere qualsiasi cosa, e in ogni istante la stiamo già perdendo. La differenza tra ciò che ci atterra e ciò che passa inosservato, però, sta nella lentezza con cui perdiamo ogni cosa; se tutto passasse e basta non avremmo mai perso nulla, invece a volte ti svegli e noti che qualcosa è andato via nella notte, e quand’è così passa sempre un sacco di tempo prima di renderti conto di cos’altro s’è portato con sé. Uno non sta tutti i giorni ad aprire i cassetti.

Che poi a me il femminismo come idea piace

La scorsa settimana ho avuto una conversazione sulla mia esistenza, che comunque è rilevante quanto la mia esistenza, ragion per cui ve la risparmio. Trascurando perciò le mie disavventure sentimentali (immagino abbiate già le vostre, e se non ne avete probabilmente mi invidiate, ed io invidio voi, quindi immagino che tra noi sia destinato ad esserci un reciproco rapporto di odio) si è discusso per lo più del femminismo, che se qualcuno – me compreso – avesse capito cosa sia magari sarebbe pure una bella cosa. Ma andiamo con ordine. Prendete un libro di fine Ottocento e apritelo a una pagina a caso. Trovate una parte in cui parla di una donna, se non c’è nessuna donna apritelo ad un’altra pagina a caso. Okay, questa non sarebbe più una pagina a caso… insomma prendete un libro e trovate una parte in cui si parla di una ragazza o di una giovane donna (spesso quelle più mature sono stipate per il ruolo delle cattive), e nel giro di poche righe a prescindere da cosa avete tra le gambe sarete innamorati di quel personaggio, che ovviamente non esiste. O che comunque se era ispirato ad una persona reale ora quella persona è morta, quindi niente lo stesso. Il mondo da allora è cambiato, le donne si sono stancate di essere beni da esposizione, di dover essere belle e graziose come fossero oggetti in vetrina, e hanno deciso di essere persone. E fin qui tutto bene.

Ora, passiamo al dilemma: quando noi diciamo “persona”, intendiamo “uomo”, e quando diciamo “uomo”, intendiamo “maschio”. E questa è una tragedia. Perché le donne potrebbero (avrebbero potuto) ricercare quella libertà emotiva ed intellettuale, ma tutto sommato mi pare abbiano preferito ottenere la parità (ricercare qualcosa in se stessi potrebbe avere dei risvolti molto gratificanti, ma è indubbiamente più complesso di desiderare e scimmiottare quello che ha il tuo compagno di banco, specie se il tuo compagno di banco all’apice della sfida con se stesso prova a ripulire la cavità nasale con una biro che poi si accerterà di mordicchiare), e quindi quella libertà propria degli uomini, le persone con il pisello, per intenderci. Il fatto è che le libertà proprie degli uomini mi sembrano per esempio quella di poter essere presuntuosi (perché nel caso sarebbero solo ambiziosi), quella di poter definire le persone dell’altro sesso come oggetti, che poi “si scopano” (perché nel caso sarebbero virili), quella di poter essere viscidi (perché nel caso sarebbero solo ammiccanti), di poter essere pigri (perché nel caso sarebbero meditativi), quella di poter essere irresponsabili (perché nel caso sarebbero degli spiriti liberi), di poter essere violenti e arroganti (perché nel caso sarebbero forti e spigliati) e altre qualità analogamente ammirevoli che si sono faticosamente conquistati nella prima fase evolutiva, grazie alla forza fisica e al fatto che non abbiano mai dovuto partorire e quindi di natura abbiano potuto far sempre quel cazzo che gli pareva. Insomma, l’uomo ha la libertà di essere un imbecille, e la donna ha subito colto come questa cosa non sia proprio giusta. Solo che poi, invece di ritrattare l’autodeterminazione delle qualità maschili ha preferito tutto sommato richiedere di poter beneficiare delle stesse libertà senza dover passare per delle poco di buono, perché gli uomini a fare (fare?) gli idioti passano per fighi. Capite che il problema quindi è che noi uomini di solito siamo degli idioti, e la donna, che oggi in molti Paesi ha finalmente il diritto di arrogarsi le medesime qualità dell’uomo, finalmente ha raggiunto obiettivi pregevoli che la portano ad un livello di parità. Possono andare in guerra, consacrare la vita alla carriera trascurando del tutto i propri figli e un sacco di altre cose che non dovrebbe fare nessuno con un minimo di buon senso.

Io non vorrei mai biasimare un valore così nobile come il femminismo, che racchiude in sé il principio della libertà, anche se pure gli uomini da quando sono liberi di essere meno uomini non mi pare abbiano fatto molti progressi oltre al farsi la ceretta e all’indossare pantaloni stretti (così da dover comprare pure loro una borsa per metterci dentro cose che altrimenti non si sarebbero mai portati dietro e probabilmente non avrebbero mai comprato). In una certa misura (non ravvisabile ad occhio nudo), io sono contento che si facciano questi progressi, perché la contaminazione è sempre un progresso (specie se trattasi di peste), ma mi pare che il modello del femminismo oggi sia non la libertà della donna di non essere merce degli uomini, ma la libertà della donna di essere uomo a sua volta, e quindi mercificare anch’essa il prossimo, la vita e le cose. Oggi usiamo dire di essere “uomini” quando siamo semplicemente villani, e di essere “virili” quando siamo solo stupidi, ma siccome la storia dell’uomo l’uomo se l’è sempre raccontata da solo, ci si è costruito un fascino che comunque per scoperchiarlo basta proseguire una conversazione oltre il “Tutto bene e tu?”. Tutti hanno il diritto di essere degli imbecilli, ma capite che l’umanità è composta da due parti, e la prima era già fottuta da tempo. Ora che il pisello ce l’abbiamo tutti, io non lo so chi vincerà in questa gara a chi piscia più lontano, ma temo che alla fine resterà solo puzza di piscio.

Nota per la mia vita sentimentale: internet offre una vasta gamma gratuita di serie tv.

La principessa dinosauro

Non mi sento una brava persona. Una brava persona fa buone azioni, ma non sempre le buone azioni corrispondono al meglio, perciò mi limito a provare ad essere una persona giusta, e comunque spesso non ci riesco. Qualche giorno fa ho incontrato un’amica che mi ha regalato diversi giocattoli per mia figlia, e la scelta di una brava persona sarebbe stata immagino quella di recapitare i giocattoli al legittimo destinatario. Tuttavia non mi pare sia proprio il meglio per mia figlia regalarle troppi giocattoli tutti insieme, neppure se quei giocattoli di fatto sono i suoi. Per cui le ho dato una bambola Disney e un pupazzo Trudy, e le ho detto che poteva regalare il pupazzo a sua cugina. Inutile dire che se le avessi detto che “doveva” ovviamente non l’avrebbe mai fatto.

È stata molto contenta di poter fare quel regalo, perché anche (solo?) un bambino si rende conto che sta facendo qualcosa di buono solo se ha anche la possibilità di fare qualcosa di diverso. Ieri per esempio mia figlia disegnava quella che dovrebbe essere una principessa-dinosaura, una princisaura. Di solito è molto svogliata, e quindi schizza rapidissimamente qualcosa per poi buttare via il foglio e chiederne un altro e così via. Certo che mia figlia sia tra le prime dieci cause di disboscamento nel mondo, le dico di riempire l’intero foglio prima di poterne prendere un altro. Le dico che non può disegnare solo al centro e lasciare vuoti i lati. Si riprende il foglio, sale sul mio letto, dopo un attimo torna e me lo ridà, così.

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Devo ricordarmi che mia figlia è mia figlia, e non farà mai nulla senza aver capito prima il perché, a costo di rischiare di non fare mai niente e basta. Comunque, come si sarà capito, questo è uno di quei casi in cui non sono riuscito proprio ad essere una persona giusta: nel fare ciò che si fa perché lo si deve fare, il significato delle nostre azioni, e quindi di noi stessi, non vale più di un paio di righe riempitive (con la differenza che a tirare due righe ci si mette un secondo, mentre da adulti ci immergiamo in imprese inutili che ci rubano tutta una vita e svuotano tutta la nostra persona), per cui ho risolto chiedendo a mia figlia se i personaggi che disegnava avessero una mamma, un papà, un principe (“principe” sta per “fidanzato”), un figlio, un cane, una casa e così via finché non c’era più inchiostro che carta. Probabilmente adesso una foresta è salva.

Come mio fratello grande, quando era piccolo

Io penso spesso, non perché penso spesso a queste cose di cui non mi importa troppo ma perché spesso mi viene dato modo di pensarci, io penso spesso che per esempio una cosa che rappresenta il peggio dell’Italia sono gli antigrillini. Pure i grillini, ma pure gli antigrillini. Ché se nel mezzo magari c’è qualche attivista serio dobbiamo ammettere che siamo per lo più un Paese di estremi, e agli estremi è tutto idolatri e boia. Io ho sempre difficoltà a parlare di politica perché poi mi sembra che ci ritroviamo ogni volta a parlare di calcio e allora non è che con un tifoso puoi stare troppo a discutere, perché un tifoso vuole che una squadra vinca e l’altra perda poi il resto è grasso che cola. Mi ricordo mio fratello grande quando era piccolo faceva il tifo per quell’automobilista che adesso è caduto dagli scii poveretto e s’è scrafagnato la faccia. Mio fratello sperava sempre che a quelli avanti a questo automobilista qui gli capitasse un incidente, perché era importante che lui vincesse. Adesso ha fatto un incidente pure l’automobilista, ma nessuno ha gioito perché non era una gara di scii. Allora io penso che non cambierebbe niente, che è solo una questione di forma perciò gioite pure.

Oroscopo della settimana

  • Ariete: Miglioramenti in vista. Certo, lavoro salute amore e amicizia ancora di merda, però finalmente bel tempo, dice.
  • Toro: Qualcuno vi sta mentendo però poi vi dirà che l'ha fatto per proteggervi. Poi qualcuno vi prenderà a schiaffi e vi dirà che c'era un ragno etcetc
  • Gemelli: Se v'imbottiste di dinamite e vi faceste esplodere in stazione all'ora di punta non vi noterebbero lo stesso (un sacco di gente però apprezzerebbe comunque il gesto).
  • Granchio: Non preoccupatevi, i vostri problemi non sono più grandi di quelli degli altri. Siete solo più stupidi e non riuscite a risolverli.
  • Leone: Ogni esperienza insegna qualcosa, ma una volta imparato che da un'esperienza non imparate niente e vi ritrovate a pezzi avete imparato abbastanza.
  • Vergine: Vedete tutte quelle persone felici e vi chiedete qual è il loro segreto. Stanno lontane da voi. Tutto qui.
  • Bilancia: I vostri problemi di liquidità distolgono l'attenzione dal fatto che non avete progetti non perché non avete soldi, ma perché siete soli, cioè, è come se lo foste. Ma non temete, c'è l'oroscopo a ricordarvelo.
  • Scorpione: Nonostante tutto quello che vi hanno fatto passare rimanete accanto ai vostri amici, che molto probabilmente non sanno più come farvi capire quanto siete indesiderati.
  • Sagittario: A volte non importa quello che dite e che fate. A volte finisce comunque di merda. Però nel vostro caso è sempre colpa vostra.
  • Capricorno: Avete l'impressione che tutto sia interessante, perché ogni cosa ruba l'attenzione di chi vi ascolta. Ma forse è più perché di voi non gliene frega un cazzo e basta.
  • Acquario: Potreste incontrare qualcuno di interessante, dovete solo nascondergli chi siete e cosa pensate (e probabilmente anche come mangiate).
  • Pesci: Presto incontrerete qualcuno dell'acquario. In bocca al lupo.

«Assez bien pour comprendre!»

Mercoledì mattina mi ritrovo su un Frecciarossa per la tratta Roma-Napoli e noto con una certa soddisfazione che è iniziata la stagione dei turisti. Appena a bordo una signora francese mi chiede, servendosi quasi solo di gesti, se posso sistemarle la valigia in alto, rispondo di sì e la sistemo, lei mi dice grazie, molto orgogliosa di sfoggiare una delle dieci parole italiane di cui è alla portata, e io rispondo prego. Dal momento in cui prendo posto noto, di fronte alla signora, un paio di ragazze, che più tardi si scoprirà essere cugine. La signora, nascosta sotto un enorme cappello giallo e degli occhiali da sole marrò, più tardi si scoprirà essere madre di una e quindi zia dell’altra, e soprattutto che trascorrerà la stragrande maggioranza del tempo a dormire, escluso qualche attimo in cui opporrà una fragile resistenza provando a sfogliare una rivista di benessere che sospetto le consigliasse di riposare.

Ad ogni modo, le due iniziano a bisbigliare commenti sul mio abbigliamento, le mie fattezze fisiche e i miei colori, e abbastanza discusso è anche il mio taglio di capelli: troppo “militaire” per una, adatto al mio viso per l’altra. Tirano anche qualche giudizio sommario, dicendo che gli italiani sono più belli dei francesi, ma ovviamente l’erba del vicino etcetc. Ascolto con molta attenzione e, non lo nego, a volte un po’ di compiacimento, finché mi telefona un’amica che mi ospiterà a Parigi la settimana prossima, con cui parlo in francese. Male, ma in francese. Non è volata più una mosca, e il tramonto più rosso non potrebbe raccontare l’accaloramento sui volti delle due, che proseguono il resto del viaggio fissandomi e guardando a terra quando a mia volta, sentendomi osservato, mi giro verso loro notando come siano divorate dal sospetto che io tutto sommato non abbia fatto troppa attenzione al mio libro (di cui ad oggi sono a pagina 13) e abbia invece ascoltato i loro bisbiglii.

A fine corsa mi offro per riprendere la valigia alla signora, che sorpresa mi chiede, retoricamente, se io conoscessi il francese. Io confermo, guardando verso le sue compagne di viaggio, che prontamente indirizzano i loro sguardi in qualsiasi direzione non incroci la mia figura, e le salvo dall’atrocità del dubbio.

L’autista della metro

Per esempio, quando prendo l’autobus vedo sempre che c’è un mucchio di gente che poi bussa forte alla porta perché vorrebbe salire ma intanto l’autista sta partendo. Invece nella metro non bussano perché l’autista è chiuso nella sala dei comandi, che però è più tipo uno sgabuzzino delle scope, allora non lo vedono e si rassegnano più facilmente. Si mettono buoni, al più allargano un po’ le braccia, e aspettano quella dopo. Però s’incazzano meno, pure se poi alla fine è uguale. Il problema non è il dramma. Il problema è la speranza.

Il senso della vita

Erano i primi anni di liceo e mi piaceva questa ragazza che vedevo di tanto in tanto in estate. Si chiamava Jessenia ed era bellissima. Non solo nell’aspetto, ma anche nei modi dolci, nei movimenti aggraziati e nelle sue parole sempre solari e gentili. Aveva i capelli lunghissimi e biondi e ballava il latino americano. Ogni volta mi invitava e ogni volta io dicevo di no. Lasciavo che altri, tutti più grandi di me, che invece avevo la sua stessa età, la circondassero ballandole attorno. Li lasciavo fare perché ero sicuro che lei non avrebbe dato corda a nessuno, perché una così bella mica si prende il disturbo di notare quei quattro scemi che le ballano attorno? Poi venne un’altra ragazza che si chiamava Valentina. Aveva i capelli neri a caschetto ed era pure lei bellissima, ma più nell’aspetto e meno per il resto. Mi presentò una sua amica brutta. Ricordo che ai tempi le ragazze ci provavano spesso presentandomi le loro amiche brutte, per stare tranquille. Infatti presto Valentina mi chiese se la sua amica brutta (che si chiamava Aida) mi piacesse, e io risposi che no, che ovviamente no (non sono mai stata una persona molto profonda, temo), e allora mi disse che era contenta, perché piacevo anche a lei, e siccome mi parve troppo scortese precisare che però mi piacesse questa Jessenia feci finta di niente e soprassedei. Anche Jessenia quindi soprassedette con uno di nome Filippo. Allora io soprassedei con Sefora, la cugina di Jessenia. E lei con un certo Vincenzo, pensando che lo conoscessi, perché lui le disse di essere mio amico. Così iniziò un giro di relazioni che prosegue ancora oggi, tant’è vero che spesso mi chiedo quante ragazze ancora mi manchino prima che riesca ad arrivare a Jessenia, che con ogni probabilità adesso è un cesso.

Neanche il tempo di una poesia

Oggi è la giornata internazionale della felicità. Non so se si può dedicare alla felicità una giornata intera, non si può essere felici tutto ‘sto tempo di fila. Io per esempio ho festeggiato ieri, quando mia figlia treenne si piazza al centro del salotto e recita la poesia del papà con il solito tono di gravità che hanno i bambini nel pronunciare prima il titolo, fare un bel respiro, e cominciare la poesia: «”Papà”.  Respiro. – Papà, tivogliobbene… », poi si blocca, gli occhi le si riempiono di lacrime e mi corre incontro. Non so come continuasse, ma dubito che qualsiasi altro finale sarebbe stato all’altezza.

a me piaceva molto la pasqua
cioè non la pasqua
appunto il periodo prima
credo perché ci facessero riflettere
nei giorni che la precedevano
sul fatto che cristo si immoli per noi
e noi dobbiamo essere degni
allora ci chiediamo se lo siamo
e ovviamente non lo siamo
perché nessuno vale la vita di qualcun altro
e siccome era una battaglia persa in partenza
ti chiedevano implicitamente di riflettere su di te
e col fatto che non dovevi divertirti troppo in quei giorni
perché eri a lutto e non dovevi sembrare superficiale
davvero avevi l’aria di uno che si preoccupava di se stesso
io non ricordo a pasqua di preciso come mi sentivo
penso che mangiassi e basta
però nella quaresima avevo come l’impressione
(perché tutti volevano dare quest’impressione)
che le persone fossero davvero più riflessive
e quasi più intelligenti
anche se lo sapevo che erano solo solenni
e se ne stavano in silenzio
ma mi accontentavo di quest’apparenza
amavo molto i giorni prima della pasqua
probabilmente l’unica occasione in cui uno sa comportarsi
se è intelligente
è ad un funerale
e se non sa farlo neanche in quel caso
non è un problema
perché il funerale di gesù è solo lutto
senza parenti stretti
senza disperazione
la gente dovrebbe essere sempre a lutto.

Chisselincula la bioetica

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Prima di tutto spieghiamo cos’è la bioetica. La bioetica è quella riflessione di natura etica volta ad affrontare problemi riguardanti la vita. Non quei problemi tipo: ho perso le chiavi - dov’è il gatto? - di chi sono questi capelli?, ma quelli riguardanti la vita biologica, e cioè il fatto che siamo qui e un giorno non ci saremo più o non ci staremo più bene e tanto vale salutare e grazie (eutanasia), o non ci saremo mai (aborto), o ci siamo quando non avremmo potuto esserci (fecondazione artificiale), o ci siamo ma in parte (trapianti, clonazione degli organi, cure con staminali), o non ci siamo ancora ma siamo già buoni a qualcosa (l’utilizzo di cellule embrionali per sperimentazioni volte a nuove terapie o chessò).

A questo punto pare che ogni questione legata alla scienza biologica e medica sia un fatto di bioetica, quindi per non fare confusione vi faccio un esempio opposto: pure la clonazione umana sembrerebbe poter essere collocata tra gli esempi elencati, ma invece no, perché a quel punto si parlerebbe d’identità, non di vita e di morte, perciò più che altro, presa da sola e senza altre implicazioni, è un problema etico e basta. Ovviamente, se clonando una persona ne faccio nascere una piuttosto che un’altra, allora è un problema di natura bioetica, però la clonazione di per sé non c’entra niente, e si torna ai problemi dell’aborto (la vita non nata) e della fecondazione artificiale (la vita nata al posto di quella non nata). Ci siamo? Bene.

La bioetica non è una nuova etica, sono semplicemente gli argomenti già presenti nel pensiero etico che però si applicano in questo particolare ambito, e si dividono un due posizioni alternative, fra le quali la discussione è in pieno svolgimento:

  • la prima fa appello alla sacralità della vita, la quale implica il dovere assoluto di rispettare le finalità a cui sono destinati il corpo e gli organi corporei all’interno di un ordine finalistico complessivo determinato dalla natura o da Dio, che poi è la stessa cosa;
  • la seconda fa appello al principio della qualità della vita, che impone di accrescere e non diminuire la qualità della vita degli individui, ossia il loro benessere, e di rispettare le scelte autonome loro o di chi ha diritto o il consenso di farne le veci.

Da qui si capisce che i primi sono contrari a tutte o quasi (a seconda della coerenza) le voci tra parentesi nel primo paragrafo, e i secondi sono favorevoli a tutte o quasi (a seconda della coerenza) le voci fra parentesi nel primo paragrafo. Fine della storia.

Nel caso dell’aborto non esiste di fatto una parte pro-life né una parte pro-choice, poiché i primi, anche se pensano di sì, ovviamente non possono pretendere di negare ad una donna il permesso ad abortire, e i secondi non possono pretendere di obbligare un medico a sacrificare il proprio orientamento morale o emotivo, anche se pure loro pensano di sì, con l’aggravante di sentirsi liberi pensatori democratici nel pensarlo, appellandosi alla laicità dello Stato, laicità che ovviamente vuole significare l’opposto di quello che vorrebbero intendere loro. Laicità non è ateismo, e cioè una posizione avversa o opposta alla religiosità, ma implica invece l’uguaglianza e il diritto da parte di chiunque (non dei cittadini, di chiunque) di manifestare qualsiasi culto spirituale, purché non vada contro il buon costume. Lo Stato si dichiara laico proprio per chiarire che non prende le parti di nessuno, e che nessun Dio (o non Dio) ha diritto di prevalere sull’altro. Insomma, la parte della laicità, a saper leggere, gioca abbastanza a sfavore di coloro che ci si appellano. A saper leggere. 

Questa discussione puramente accademica e quasi fantascientifica sull’imposizione della propria volontà agli altri, che siano medici o donne gravide, è anche irrisolvibile, per cui i due gruppi sono sia condannati ad esistere per sempre, sia condannati a non vincere mai sull’altro (almeno finché siamo tutelati dalla Costituzione, dalla democrazia, o dal buon senso in genere). La verità è che mentre ci scanniamo a colpi di slogan ed ecografie dicendo alle donne e ai medici come devono affrontare la loro esistenza, dimentichiamo che gli ospedali sono un servizio, per cui lo Stato deve garantire che un servizio funzioni, prima ancora dei singoli medici. Questa storia mi ricorda molto quegli anticlericali sfegatati che se la prendono con “la Chiesa” per gli esoneri di cui gode circa alcune imposte, quando invece è semplicemente lo Stato che lo permette. Un po’ come se per un anno fossi sollevato dal pagare la bolletta dell’acqua e poi mi prendeste in antipatia perché non la pago comunque, di mia iniziativa. Capirete che non è proprio una mia responsabilità farmene carico (di solito uno non invia bollette dell’acqua a se stesso, e seppure lo facesse, dubito che pagandole avrebbero qualche valenza).

Ognuno ha il diritto di essere obiettore, e per chi vivesse ancora nel Paese delle fiabe, ha anche il diritto di fingersi obiettore per provare a specularci praticando degli aborti da privato (finché non lo denunciate, quindi fatelo). Per rimediare quindi come si fa? Indovinate un po’: se a Milano ci sono 5 postini ma ce ne vogliono 10, e a Torino ci sono 10 postini e ce ne vogliono solo 5, secondo voi che si fa? Ecco. A Milano vogliono lavorare meno persone perché fa schifo? Dà dei benefit ai postini di Milano, due buoni pasto, fagli una cesta a Natale, chissenefrega. Lo Stato ha il dovere di garantire un servizio ugualmente efficiente, poiché le tasse riguardo la sanità pubblica le paghiamo in tutte le regioni, per cui i problemi di bioetica mi pare siano così estranei a tutta la questione, che ogni volta che ne sento parlare penso solo che non c’entrano niente, poiché appunto, essendo problemi irrisolti e irrisolvibili (finché non diventiamo tutti cattolici bacchettoni o tutti atei), e non avendo comunque nessun interesse nel risolverli, il punto è solo di far funzionare un servizio come un altro, invece di voler purificare la putrida coscienza dell’universo.

L’intero problema si pone perché abbiamo spostato il nocciolo della questione fuori dalla questione stessa. Se ad esempio in un ospedale gli obiettori di coscienza sono il 90%, il restante 10% si trova costretto a supplire a questa carenza, con l’impossibilità di eseguire frequentemente tipi diversi d’intervento, che equivale a dire, l’impossibilità di fare carriera e di lavorare serenamente come invece riesce, più facilmente, un obiettore di coscienza. Ora, non è certo per il diritto alla ”vita” o alla “scelta” che la questione andrebbe rivista. E oltre a questo, mi sembra che si debba necessariamente stare da una parte o dall’altra opposta, come se chi non è obiettore di coscienza invece sia felice di praticare l’aborto. La risposta è no. L’aborto è un’esperienza terribile, in ogni caso. Anche quelle donne convintissime di abortire, non si avviano all’ospedale pensando che finalmente vanno a togliersi una vescica dalla pianta del piede, quindi perché chi esegue l’operazione dovrebbe essere contento o indifferente? Semplicemente sono persone che hanno fatto una scelta di vita e la portano avanti con coerenza, e dubito ce l’abbiano davvero con i feti.

Ma nel frattempo restiamo immobili, a pensare a cos’è giusto e cos’è sbagliato per tutti, come se l’ostacolo fossero gli obiettori o i non obiettori. L’ostacolo siamo noi.

Non è da molto che ho iniziato a vedere gli episodi di South Park. Ne ricordo uno in particolare in cui una città va a fuoco poi s’inonda e cose così. Tutti i tg iniziano a chiedersi se siano i terroristi o il riscaldamento globale, ed ogni personaggio alla tivvù interviene per fare la sua scommessa, al che Stan va dal padre e gli chiede se non si debba pensare piuttosto a soccorrere gli abitanti che intanto bruciano e annegano. Il padre lo guarda con tenerezza, perdonandogli l’ingenuità propria dei ragazzini, e con calma gli fa: «Caro figliolo, la cosa più importante è capire di chi è la colpa». Poi comunque arriva l’esercito, e dice che erano le formiche giganti.

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