Lascio il campo di descrizione vuoto per non dovermi ricordare di essere come mi sono descritto.

Tanti Auguri (Parte 2)

Non ho mai preso troppo sul serio gli orologi. Né ho mai avuto un orario preciso per il pranzo, mentre colazione e cena non sono mai rientrate neanche tra le mie abitudini. Di solito mi regolo mangiando quando ho fame, o ho un appuntamento, o c’è un’occasione. Oggi c’è un’occasione. Arrivato al bar del Park Hyatt Milan non noto nessun volto familiare. Tranne uno. Non che lo conosca, è che somiglia a Marco Columbro. Raggiungo il ristorante e sono tutti lì. Trovo il mio tavolo, saluto e mi siedo. Tiro fuori il cellulare. La prima cosa di cui mi rendo conto è che ho tre quarti d’ora di ritardo, poi trovo un messaggio e una chiamata. Il messaggio dice “Ci siamo spostati al ristorante, magari muoviti”. Mi volto e ringrazio il mittente, lui mi passa il menu e mi dice di sbrigarmi a scegliere, che vuol dire “magari prego”.

Di solito so cosa voglio, almeno finché non ho tra le mani un menu. È sempre facile sapere cosa fare della propria vita se non ti vengono sottoposte tutte le opzioni, per cui mentre inizio a fantasticare sulle fattezze di questo scorpion fish che ho appena ordinato all’acquapazza per secondo (e non vi nascondo che appena un secondo dopo ho iniziato anche ad immaginarmi le fattezze di un’acquapazza antropomorfizzata), abbasso il menu e vedo lei. A volte dietro i menu ci sono cose stupende. Una lunga chioma rossa scivola, stavolta da un lato solo, su un abito blu di Prussia asimmetrico e spezzato da una grande cinta color ardesia. Parla con un paio di amici, a volte sorride coprendo le labbra, per far innamorare tutti i restanti presenti.

Careless Whisper in sottofondo non aiuta affatto a far tornare il tempo a scorrere. Non ho il diritto di avere un’esistenza frivola e spensierata neanche mentre ceno? Perché c’è gente che ancora trasmette queste cose? Forse mi ha già visto, ma non si ricorda di me, penso. Dopotutto sono arrivato in ritardo e le sono passato avanti. Questi pensieri insieme ad alcuni ragionamenti dei miei commensali mi distraggono da tutta la faccenda, e giungo alla conclusione che in fondo si possa anche mangiare e bere senza necessariamente innamorarsi troppo. Insomma, è venerdì. Ciò su cui mi concentro di più, è non incrociare il suo sguardo. Non finché non saprei come reagire. Quindi mai.

Al mio tavolo si parla del continuo crollo delle quotazioni facebook. Luca dice che sembra inarrestabile, David dice che invece è una ragione per comprare, perché appena Zuckerberg lascia gestire la borsa a qualcuno più competente ci sarà una forte risalita, io invece penso che vado a lavarmi le mani mentre questa serata piuttosto difficile ci si prospetta avanti, a me e Zuckerberg. Rientro e lei non c’è. Panico. Come quando apri un menu e ti trovi a valutare infinite possibilità. Sembrerebbe tutto più semplice, e invece non sai più niente. “Ma forse è meglio così”. Sto ancora pensando “forse” quando sento chiedermi alle spalle «Daniele?», non che sia proprio una domanda. «Ti ho visto dal mio tavolo - dice indicandomelo come se non lo conoscessi - e non riuscivo a capire se eri proprio tu! Che ci fai qui?». «Do fastidio? - chiedo io - Se do fastidio vado via!», ride, ma non saprei dire in che misura la mia fosse una battuta. Poggia il coprispalle grigio sulla sedia accanto e chiede se mi dispiace. A me non dispiace. Sembra non dispiacere a nessuno. Insomma: “rapporti della borsa, canti Navajo, decapitazioni, bestialità, morte nera, l’inquisizione, crociate, conquista del Messico”, il mondo nel complesso non è un bel posto e nessuno dice una parola stasera; sembra che tra le confortevoli mura di un ristorante a cinque stelle nessuno si dispiaccia mai di niente, fosse capitato proprio ora avrei ucciso qualcuno.

È una triste serata: lei, distrutta dall’assenza di un karaoke o quantomeno di musica live; io, tormentato dalla presenza di un cameriere che qualche legge dell’universo aveva piazzato fisso in piedi alle mie spalle. Le propongo di cantare qualcosa così, avanti a tutti, lei mi propone di uccidere il cameriere. Decidiamo che dopotutto non è una serata così tremenda. Mi chiede, di preciso, che mestiere faccia. «Scrivo e disegno!», rispondo, senza badare troppo a quel “di preciso”. Al ché mi chiede che mestiere sia “scrivere e disegnare”. Tiro fuori una penna e le chiedo di dirmi una cosa. Qualsiasi cosa. All’inizio storce la bocca, allora insisto: «Dai su!». Poggia l’indice su uno dei suoi orecchini a forma di mezza luna: «La luna!». «Brava! Dimmene un’altra!». «Devo pensare a due cose in una serata sola?», chiede. «Scema. Mi servono due cose da disegnare per avere due parole da scrivere!», rispondo. «Uno scoiattolo!». «Uno scoiattolo?». «Uno scoiattolo!». «Come si fa a pensare a uno scoiattolo?». «Quel tuo amico ha i denti sporgenti». Afferro un tovagliolo - e comunque non è un mio amico - e ci disegno questo.

Lo guarda, sorride, mi guarda. «Sì ma comunque questo serve per vendere merendine che uccidono i bambini ciccioni», le spiego. «Beh, ma io odio i bambini ciccioni! Non hai visto La fabbrica di cioccolato?», subito mi rassicura lei. «Oh, grazie a Dio, li odio anch’io!», sospiro sollevato poggiando una mano sul petto. «E tu vorresti farmi credere che lo sai fare con ogni coppia di parole?». «Non lo so, però ci provo!». «Dai, fammi vedere! Fammi vedere! Il pane e il secondo principio della dinamica! Il neutrone e la lebbra! Un collier e l’irpef! Un elfo e la partita iva! Dai su! Le equazioni di secondo grado e i bigodini!». Mentre continua a fabbricare dicotomie altamente improbabili mi viene in mente solo una domanda: «Mangiamo?». «Uff».

La serata prosegue magnificamente, addirittura - chi l’avrebbe mai detto? - sopravvivo al pesce scorpione e all’acquapazza. Erano solo cibo. La realtà a volte è solo quello che sembra. Altre volte è un po’ di più: alla fine mi saluta, domani riparte per il Belgio. «Bene! - dico, ma intanto penso che non ci sia proprio niente di buono in tutta questa faccenda delle partenze del giorno dopo - Fa buon viaggio!». «Aspetta! - mi dice, senza che tra l’altro stessi andando da nessuna parte - voglio farti vedere una cosa!». Apre la borsa, do una sbirciata. C’è il tovagliolo. «Non potevo farti fare una brutta figura, non è il caso che tutti sappiano che scarabocchi tovaglioli ai ristoranti!». «Si dice che li scrivo e li disegno». «Giusto! Magari quando torno possiamo fare qualcosa, che fai quando non giochi a indossare cravatte?». «La doccia». «La doccia? Vogliamo fare la doccia?». «Avrei potuto anche rispondere “vado a letto”!». «Avresti potuto! “Pensa in grande”, no?». Risate, saluti, di nuovo addio. E comunque poi s’è venuto a sapere che era davvero Marco Columbro, e questo cambia considerevolmente tutta la storia.

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  1. niceednice ha detto: sei un genio….ma esisti veramente???? il tovagliolo è favoloso !!!
  2. like-rocks--in---riots ha detto: Ti sei innamorato (: … ed anche tu piaci a lei =) … in bocca al lupo per quando ritornerà!! Sono contenta per te <3.
  3. chezbanshee ha detto: il grigio e il blu insieme non stanno bene.